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Macro o micro: cosa guardare davvero

Perché il lavoro che paga è microeconomico, cosa successe a Keynes quando provò il contrario e quando invece la macro va guardata davvero.

In questa guida

Il rumoreIl caso KeynesI suoi tre principiDa business analystQuando la macro contaCosa guardo io

Il rumore, e la domanda sbagliata

Crescita del PIL, inflazione, tassi, deficit, occupazione, materie prime, curva dei rendimenti, elezioni. Giornali, televisioni e social danno per scontato che chi investe in azioni debba seguire tutto questo. La domanda diventa allora su quali fattori concentrarsi.

Per chi fa stock-picking con un orizzonte di anni la risposta è nessuno. Non perché quei numeri non contino per l’economia, ma perché per guadagnarci sopra dovresti indovinare tre cose insieme: il dato, il momento e la reazione del mercato a un dato che spesso è già nei prezzi.

Succede così che le tesi macro più ragionevoli producano le operazioni peggiori. Nel 2022 sembrava ovvio che l’inflazione persistente e i tassi in salita avrebbero tenuto giù le azioni tecnologiche ancora a lungo. Chi ha costruito il portafoglio su quella frase ragionevole si è perso quello che è successo dopo.

Il rischio più sottile è l’authority bias: la frase è di qualcuno di autorevole, quindi sembra un fatto. Resta una previsione. Quello che invece si misura è cosa l’inflazione ha già fatto ai tuoi soldi, e per quello c’è il calcolatore dell’inflazione.


Il caso Keynes, cioè il test più severo

John Maynard Keynes non era un dilettante della macroeconomia: era la macroeconomia. Le sue idee hanno riscritto il modo in cui i governi rispondono alle crisi.

Provò ad applicarle ai mercati, con scommesse di breve periodo su valute e ciclo economico. Le direzioni erano spesso giuste, il momento quasi mai: fra il 1928 e il 1929 perse circa l’80% del suo patrimonio, prima ancora del crollo che aveva in parte previsto.

Dal 1930 cambiò metodo: poche aziende, scelte una per una, comprate a sconto rispetto a quello che valevano e tenute per anni. Lo scrisse lui stesso, in una memoria al comitato del King’s College: uscire e rientrare dal mercato seguendo le fasi del ciclo non aveva funzionato.

Top-down, 1921-1930−12.5% l’anno

Previsioni macro e scommesse sul ciclo: contro il mercato, con un −80% fra il 1928 e il 1929.

Bottom-up, dal 1930+16% l’anno

Poche aziende scelte una per una: contro il 10.4% del mercato, per il King’s College.

Numeri ricostruiti dai registri del King’s College. Le barre confrontano il risultato annuo delle due fasi, non sono in scala fra loro.

I tre principi che scrisse dopo

Sono del 1938, e descrivono il value investing prima che si chiamasse così. Sono anche più moderni della versione che praticava Graham negli stessi anni, che teneva portafogli molto più diversificati.

  1. 1Una scelta attenta di pochi investimenti, valutati per quanto costano rispetto al loro probabile valore intrinseco su un periodo di anni, e rispetto alle alternative del momento.
  2. 2Il mantenimento fermo di quelle posizioni in quote consistenti, magari per anni, finché non hanno mantenuto le promesse o non è evidente che sono state comprate per errore.
  3. 3Una posizione d’investimento equilibrata, cioè una varietà di rischi nonostante le singole posizioni siano grandi, e se possibile rischi contrapposti.

Poche posizioni, tenute a lungo, con rischi che non sono tutti lo stesso rischio. È quasi parola per parola quello che scrivo nella guida su quante azioni tenere in portafoglio.


Cosa significa guardare da business analyst

Buffett dice di considerarsi un business analyst, non un analista di mercato, né macroeconomico, né di titoli. La differenza non è accademica: cambia quali domande ti fai la mattina.

Nessuna azienda è un’isola, quindi il contesto conta. Ma il contesto che conta è quello del suo settore e dei suoi clienti, non il calendario dei dati.

Il business modelCome l’azienda fa i soldi davvero, chi paga, con che frequenza e quanto costa servirlo.
I clienti e i concorrentiQuanto è difficile andarsene, chi può fare la stessa cosa e a che prezzo, chi comanda nella filiera.
Il mercato servitoQuanto è grande, quanto cresce, quanta parte ne ha già presa e dove può arrivare senza forzare.
Le risorse e il managementCosa possiede che gli altri non hanno, come alloca il capitale e se fa quello che dice.

Quando la macro conta

Ignorare le previsioni non vuol dire ignorare l’esposizione. Alcune aziende sono strutturalmente legate a una variabile macro: una banca ai tassi, un produttore di semiconduttori al ciclo, un esportatore al cambio, un’azienda indebitata al costo del rifinanziamento.

Quella è una caratteristica del business, e va capita prima di comprare, esattamente come i margini. La differenza è che serve per sapere cosa possiedi, non per indovinare il prossimo dato.

La macro conta anche sul multiplo, cioè su quanto il mercato è disposto a pagare quegli utili. Ma su orizzonti lunghi quel pezzo si diluisce, mentre la crescita degli utili si accumula: è il conto che trovi nella guida sulle bolle di mercato.

Detto altrimenti: la macro spiega il prezzo di quest’anno, il business spiega quello dei prossimi dieci.


Cosa guardo io

Leggo quello che serve a capire le aziende che ho: i prezzi delle materie prime che usano, il costo del debito che devono rifinanziare, la domanda dei loro clienti finali. Non cerco di prevedere niente di tutto questo.

Il tempo che resta va sulle trimestrali, sui bilanci e sulle interviste al management. Se sbaglio, voglio aver sbagliato sull’azienda, non su una previsione che non era mia.

“Se dedichi tredici minuti all’anno alla macroeconomia, ne hai sprecati dieci.”
Peter Lynch

Domande frequenti


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Ultimo aggiornamento: settembre 2026 · 9 minuti di lettura.

Chi c'è dietro

Giacomo Di Pinto

Fondatore di Fossato Economico dal 2021, gestisce The Moat ed è Co-Founder e CEO di Sherpo. Ha formato oltre 250 investitori.

Chi sono

Giacomo Di Pinto

L’economia non la prevedi. Un’azienda la puoi capire.