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Fossato Economico
GuidaStoria e prezzi

Bolle di mercato

Quattro secoli di manie, i segnali che tornano sempre uguali e il conto che dice cosa deve succedere perché un indice renda quello che speri.

In questa guida

Come si riconosceQuattro secoliPerché nascono cosìIl conto di BogleE l’AI?Cosa resta dopo

Come si riconosce una bolla

Una bolla non è un livello di prezzo: è il momento in cui il prezzo sale perché sta salendo. Howard Marks la descrive come uno stato mentale, non come un multiplo, e la riconosce da quattro cose che arrivano insieme. Quando il fenomeno si concentra su pochi titoli adorati da un gruppo, diventa il caso che descrivo nella Retail Markets Hypothesis.

La frase che le accompagna tutte è sempre la stessa: questa volta è diverso. A volte qualcosa di diverso c’è davvero, ed è proprio quello che rende credibile il resto.

1Ottimismo che non discuteL’entusiasmo per un’innovazione vera è un’altra cosa. Qui c’è la convinzione che non possa andare storto niente, e che chi solleva dubbi non abbia capito.
2Adorazione di certi titoliPoche aziende diventano una fede. Non possono mancare i target, e chi le tiene si identifica con loro, spesso con un nome collettivo.
3FOMOLa paura di restarne fuori sostituisce l’analisi: si compra perché salgono, non perché valgono, e ogni giorno di attesa sembra un errore.
4“Nessun prezzo è troppo alto”Il segnale finale. Quando la valutazione smette di essere un argomento, il prezzo ha smesso di avere a che fare con gli utili.

Quattro secoli, lo stesso meccanismo

Le manie non si somigliano nell’oggetto, che cambia ogni volta, ma nella sequenza: un’innovazione vera, un racconto che la estende oltre i suoi limiti, il credito che arriva a finanziarla e infine il prezzo che smette di avere a che fare con gli utili.

  1. 1637

    Tulipani

    Bulbi, scambiati su contratti a termine

    Nessun indice dell’epoca: si sa che il mercato si ferma in poche settimane

  2. 1720

    South Sea

    Azioni su un monopolio commerciale mai decollato

    Il titolo torna da circa 1,000 a 150 sterline, e fra chi ci perde c’è Newton

  3. 1845

    Ferrovie

    Azioni delle compagnie ferroviarie inglesi, spesso a rate

    Nessuna serie affidabile: entro il 1850 i corsi sono ai minimi, le linee restano

  4. 1929

    Wall Street

    Azioni comprate a debito, con margini del 10%

    Il Dow perde l’89% entro il 1932

  5. 1972

    Nifty Fifty

    Le cinquanta “da comprare a qualsiasi prezzo”, con multipli oltre 50x

    L’S&P 500 perde il 48% fra il gennaio 1973 e l’ottobre 1974

  6. 1980

    Oro e petrolio

    Materie prime e titoli energetici, con l’inflazione a doppia cifra

    L’oro passa da 850 a poco più di 300 dollari entro il 1982

  7. 1989

    Giappone

    Azioni e immobili, col Nikkei a quasi 39,000

    Quel massimo torna solo nel 2024

  8. 2000

    Dot-com

    Aziende internet spesso senza utili né ricavi

    Il Nasdaq perde il 78% entro l’ottobre 2002

  9. 2008

    Subprime

    Case americane e i titoli sui loro mutui

    L’S&P 500 perde il 57% fra il 2007 e il 2009

  10. 2015

    Azioni cinesi

    Titoli di Shanghai comprati a leva da milioni di conti nuovi

    Lo Shanghai Composite perde il 49% in sette mesi

  11. 2021

    SaaS e post-pandemia

    Software in abbonamento e tutto ciò che la pandemia aveva accelerato

    ARKK, il fondo simbolo di quella fase, perde l’80% entro fine 2022

  12. 2021

    Meme e crypto

    Titoli shortati, SPAC, token e scimmie

    Bitcoin perde il 77% dal massimo del novembre 2021

Il cerchio è quanto si è perso dal massimo al minimo sul riferimento di quella mania. Se non c’era una serie affidabile, resta tratteggiato e segna n.d.: per i tulipani e per le ferrovie inglesi non abbiamo un indice, solo le cronache.

Perché nascono proprio nelle innovazioni

Perché un’innovazione vera rende credibile qualunque estrapolazione. Se nessuno sa quanto varrà una tecnologia fra dieci anni, qualunque numero è difendibile, e il racconto prende il posto dei conti.

C’è anche un effetto collaterale utile: l’eccesso di capitale finanzia cose che in condizioni normali nessuno finanzierebbe. Le ferrovie, la fibra posata durante le dot-com e usata per un decennio dopo, buona parte della capacità di calcolo di oggi.

Il problema non è quindi l’innovazione, che spesso mantiene le promesse. È il prezzo pagato per parteciparvi, che decide quanto ti resta in mano quando le promesse si realizzano per qualcun altro.

Le ferrovie hanno cambiato il mondo. Chi comprò le ferrovie nel 1845 quasi mai ci guadagnò.


Il conto di Bogle: cosa può rendere un indice

Il rendimento di un indice non è un mistero: è dividend yield + crescita degli utili + variazione del multiplo. Lo formalizzò John Bogle, e serve a capire cosa deve succedere perché un certo numero si realizzi.

Nel novembre 1999, in un articolo per Fortune, Buffett usò lo stesso ragionamento per stimare circa il 6% annuo nei diciassette anni successivi, contro attese diffuse a due cifre. Dal novembre 1999 al novembre 2016 l’S&P 500 total return ha reso il 4.6% annuo: perfino quella stima prudente era ottimista.

Muovi i cursori: a multiplo fermo il rendimento è quasi tutto utili e dividendi. Tutto il resto è il mercato che cambia idea su quanto valgono.

30x
Quante volte gli utili paghi l’indice oggi.
30x
6.0% l’anno
Nominale: la crescita reale degli utili più l’inflazione.
1.20%
17 anni

Rendimento atteso

7.20%

l’anno per 17 anni, cioè 3.26x il capitale, al lordo di tasse e inflazione.

Le tre fonti, ogni anno

Dividendi+1.20%
Crescita degli utili+6.00%
Cambio di multiplo+0.00%

Nessuna previsione: è una sottrazione. Fissate le prime due voci, il rendimento dipende da quanto il mercato sarà disposto a pagare quegli utili alla fine del periodo.


E l’AI? La domanda resta aperta

I paralleli con il 2000 si sentono, e qualcuno è fondato: gli accordi circolari fra chi vende capacità di calcolo, chi la compra e chi finanzia entrambi ricordano il vendor financing di allora, quando i ricavi di un’azienda erano i soldi che l’azienda stessa le aveva prestato.

Il paragone più usato però è un altro, il 2008, e regge poco. Lì la leva stava su mutui impacchettati e prezzati come se fossero sicuri, cioè su flussi finti. Oggi il grosso del debito lo emettono aziende che producono cassa in abbondanza e che possono smettere di investire quando vogliono.

Nel 2000 la capacità era stata costruita prima della domanda, buona parte della fibra posata restò spenta per anni, e i multipli a tre cifre venivano scontati a un decennale sopra il 6%. I paragoni giusti sono quelli: le bolle infrastrutturali, dalle ferrovie di metà Ottocento alle utility elettriche degli anni Venti.

L’eco del 2008 semmai sta in qualche struttura di finanziamento attorno, fra veicoli fuori bilancio, credito privato e chi vende i chip che investe in chi li compra. Per ora è la parte piccola, e i punti fragili sono i neocloud e chi si è indebitato per crescere, non chi la cassa ce l’ha.

CapacitàDomanda

Come è finita ogni volta

Ferrovie, utility elettriche, fibra: la capacità arriva tardi e poi passa la domanda. L’area piena è l’eccesso, e da lì in avanti si rompe.

Dove siamo adesso

Le due linee non si sono ancora incrociate: la capacità resta sotto la domanda, ed è per questo che i colli di bottiglia si vedono.

Forme indicative, non dati. Sull’asse orizzontale il tempo, su quello verticale quanta capacità serve e quanta ce n’è.

Questo non vuol dire che non possa rompersi. I due modi più probabili, a mio avviso, sono questi.

I token si commoditizzano

Il costo per token continua a scendere, ma i prezzi scendono più di quanto crescono i volumi: i modelli diventano intercambiabili e nessuno dei grandi riesce a guadagnare su capitale che si deprezza in pochi anni.

Arriva una regolamentazione dura

Possibile se la tecnologia si rivela più potente del previsto, ma difficile ora che il genio è uscito dalla lampada: i modelli si installano anche in locale, e fuori dall’Occidente si continua a innovare comunque.

L’incognita che conta è se la capacità annunciata supererà la domanda, e lo si vedrà fra un anno o due, quando entrerà in funzione. Finché l’offerta resta sotto, uno scoppio è difficile da immaginare.

Quindi la domanda non è “bolla sì o no”, che è una domanda da titolo. Sono due domande separate: se gli utili cresceranno come il prezzo richiede, che riguarda le aziende, e se i multipli reggeranno, che è una scommessa sui tassi e sul sentiment.

La mia posizione è che chi compra un indice a questi prezzi aspettandosi il 10% annuo rischia di restare deluso. Chi sceglie le aziende prende lo stesso i crolli, ma se quelle aziende crescono gli utili può fare bene in qualunque regime.


Cosa resta quando si sgonfia

Dopo ogni mania resta la stessa cosa: le aziende che avevano un vantaggio competitivo difendibile e i flussi di cassa per sostenerlo. Le altre non tornano, e non perché il settore fosse sbagliato.

Conviene quindi chiedersi non quale tecnologia cambierà il mondo, ma quale azienda saprà difendere il proprio fossato e per quanto tempo. Il resto è una scommessa sul racconto.

“La chiave negli investimenti non è valutare quanto un settore influenzerà la società, o quanto crescerà, ma determinare il vantaggio competitivo di una determinata azienda e, soprattutto, la durata di quel vantaggio.”
Warren Buffett, Fortune, novembre 1999

Domande frequenti


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Ultimo aggiornamento: settembre 2026 · 13 minuti di lettura.

Chi c'è dietro

Giacomo Di Pinto

Fondatore di Fossato Economico dal 2021, gestisce The Moat ed è Co-Founder e CEO di Sherpo. Ha formato oltre 250 investitori.

Chi sono

Giacomo Di Pinto

Le manie passano. I flussi di cassa restano.